C’è un film che mi sta dentro.
E’ passato poco meno di un mese da che l’ho incontrato, eppure da allora ha attraversato i miei pensieri quasi ogni giorno. Comparendo dal nulla, come una insolita presenza, è tornato spesso sulla strada degli occhi, fino a prendere posto, in quel luogo sacro all’immaginazione, che è la sera.
Dopo la proiezione e nei giorni immediatamente successivi, non sono proprio riuscito a scriverne. Forse perché attendevo che le emozioni provate quella sera decantassero; forse perché, senza nemmeno saperlo, volevo afferrarne un lembo...dare loro un contorno preciso e definirlo.
Probabilmente desideravo anche che la bellezza delle immagini interiori, nelle quali il film si andava trasformando, poi germogliasse in pensieri in qualche modo esprimibili. Qualcosa insomma da condividere con altre persone.
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Eh si... perché a volte, succede che un film, un libro, un episodio realmente vissuto, richieda tempo per trasformarsi in qualcosa a cui sia possibile dare una forma intellegibile e chiarificatrice. Una forma in qualche modo comunicabile ad altre persone.
Così oggi, mi è più facile rintracciare le ragioni per le quali questo film mi si è piantato dentro. I motivi credo siano diversi, così come sono più d'una, quelle, che io chiamo “coincidenze”.
Intanto l’ambientazione. Cioè quella che con termine orrendo e purtroppo abusato, ora viene detta “la location”, ha avuto molta parte nell’impatto che il film mi ha suscitato.
Si tratta infatti della Sicilia che amo. Non l'intera Sicilia, ma proprio quella parte che negli ultimi due anni, mi ha visto trascorrere le vacanze estive. Parlo della provincia di Trapani e in modo particolare, la costa che va dalla Riserva dello Zingaro fino a Marsala senza trascurare le isole Egadi proprio di fronte: Favignana, Marettimo, Levanzo.
Il rivedere sullo schermo molti dei luoghi appena conosciuti e attraversati, trasformati essi stessi in protagonisti di una storia di più di un secolo fa, mi ha davvero suggestionato e fatto effetto. L’effetto di un viaggio all'indietro nel tempo. Un viaggio pieno di intensità. Perchè di inconsueto, c’è proprio la bellezza selvaggia dei luoghi che finisce per dare più energia e forza evocativa alla storia del film. E questa è una storia estrema: di amore, di violenza, di incomprensioni, di isolamento e di morte. Ma soprattutto d’amore.
Il fatto poi che il film racconti una storia nata fra due persone dello stesso sesso, di per se stesso porta a creare una trama inconsueta e sicuramente mai scontata.
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Un’altra coincidenza è quella di essere stato, io stesso, più volte, negli ultimi anni, a contatto con microcosmi (ma si potrebbero chiamare piccole isole o comunità) caratterizzati dall’amore lesbico. Quindi l'aver conosciuto persone in qualche modo segnate da quella violenza che si manifesta contro la "diversità", e portatrici di storie personali assai complesse e articolate, ha contribuito a rendermi sicuramente più attento e sensibile a questi temi.
Il film descrive inizialmente la vita di un piccolo paese posto su di un’isola [che potremmo identificare in Favignana per via delle cave di tufo ]. Le protagoniste sono due bambine che crescono in un ambiente dominato fin troppo pesantemente dal potere maschile. Eppure la loro infanzia non è del tutto infelice, perchè in qualche modo viene colmata e costellata da tante piccole avventure, e da tanta curiosità per un isola così selvaggia e bella.
Ma l’ambiente che le attornia è fatto anche di una umanità miserabile: pescatori e operai delle cave di tufo. Una società misera e violenta che impone a tutti una vita scandita dalla fatica, da ruoli rigidi, quasi immutabili e soprattutto dalla ruvidezza dei rapporti umani. Una società, per nulla incline a sviluppare qualcosa di diverso da rapporti improntati alla forza, alla prepotenza, alla brutale sopraffazione. Ed in fondo è la stessa spietatezza dei padroni della cava che cola capillarmente in quel mondo chiuso e si tramuta in rapporti al limite della bestialità, fra chi governa l’unica risorsa dell’isola, la cava, e i suoi sottoposti.
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In questo contesto umano ci sono allora ben pochi spazi per le due bambine. E forse proprio questa asprezza di condizioni materiali ed affettive, finisce per renderle più complici, legatissime una all’altra e via via, sempre più ancorate alla loro voglia di immaginazione e tenerezza, fino a spingerle verso un altro tipo di relazioni.
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Crescendo è soprattutto Angela a subire l'impatto più pesante da parte della propria famiglia, schiavizzata al proprio interno da un vero padre-marito padrone
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Da questo padre che non solo non la ama, ma la disprezza fino a maturare una sorta di odio represso nei suoi confronti, Angela fin da quando è nata, percepisce e sconta un vero rifiuto. Da qui gli scatti d’ira, l'insofferenza e le punizioni esemplari e devastanti che le vengono inflitte.
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Il padre infatti avrebbe desiderato un erede maschio a cui affidare il proprio ruolo sociale di direttore della cava, mentre una figlia femmina, al pari di una sciagura, lo fa sentire debole e senza futuro. Quì, per un attimo, è mostrata per intero, la ferocia di un mondo in cui i rapporti fra le persone, finiscono per essere puro "strumento”. Strumento di dominazione, di affermazione della propria identità e del proprio potere, strumento di repressione, strumento di sfruttamento economico e di brutale imposizione di rigidi modelli comportamentali e sociali.
Mi fermo qui e non svelo la trama piuttosto “spiazzante” ed i colpi di scena che portano ad un finale, da togliere il fiato.
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Dico solo che chi andrà a vedere il film, avrà parecchi motivi di interesse. Non solo la bellezza estetica dei paesaggi e delle protagoniste, (Valeria Solarino questa volta, mi è piaciuta senza “se” e senza “ma”), ma anche tanti spunti per riflettere su quanto siano mutati per un certo verso, i rapporti umani nel giro di un centinaio d’anni e insieme di quanta ipocrisia vi sia tuttora verso la “diversità” e verso coloro che rivendicano un proprio spazio personale di rispetto e di libertà, al di là delle convenzioni e dei pregiudizi.
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“Viola di mare” è anche un film sull’aspetto più estremo, irrazionale e selvaggio di quel sentimento che noi sbrigativamente siamo portati a chiamare "amore".
Un sentimento che invece è anche passione-sofferenza-istintività-follia ma anche apertura, volo, energia allo stato puro. Qualcosa che continuo a considerare più simile ad un arcobaleno dalle infinite tonalità, gradazioni e sfumature, piuttosto che un fascio di luce omogenea.
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La storia mi è piaciuta a tal punto da farmi interessare al libro da cui è liberamente tratto il film. Si tratta del romanzo "Minchia di re" [*] di Giacomo Pilati - Editrice Mursia - 2004, che mi è arrivato proprio in questi giorni e che si riallaccia ad un fatto realmente accaduto nel trapanese.
Quì, come nelle migliori storie e nei veri miti, la bellezza e l’amore, si unisce alla passione, alla sofferenza, al dolore irreparabile e infine alla morte, ma poi, si tramuta miracolosamente proprio nel suo contrario. Un amore che, pur violato e apparentemente sconfitto, sa rinascere da se stesso, e superando il proprio tempo, conquistare una vera eternità.
Buona visione.