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"Il mondo non ti regalerà nulla
...credimi
se vuoi avere una vita, rubala.
[Lou-Andreas-Salomè]

domenica, 05 ottobre 2008

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Non era davvero previsto. Avevamo ancora del lavoro da sbrigare per il giorno dopo. Eravamo passati solo per un’informazione, e poi ecco: «Rimani a cena da noi? Però ti accontenti di quello che c’è!»
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I pochi secondi in cui sentiamo arrivare la proposta sono deliziosi. Per l’idea di prolungare un momento piacevole, certo, ma anche per l’idea di scompigliare il tempo. La giornata era stata del tutto prevedibile, la serata si annunciava sicura e programmata. E ora, in due secondi, una ventata di gioventù: si può cambiare il corso delle cose a bruciapelo. Naturalmente accettiamo.
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In questi casi, niente di raffinato: non vieni relegato in una poltrona del salotto per un aperitivo in piena regola. No, la conversazione si crogiola in cucina -aiutami magari a sbucciare le patate. Con un pelapatate in mano si dicono cose più profonde e naturali.
Si può mangiare al volo un ravanello. Invitati a sorpresa, ci sentiamo di famiglia, di casa. Ci muoviamo senza limitazioni. Abbiamo accesso ai ripostigli, agli scaffali. Dove la tieni, la senape?
Ci sono profumi di scalogno e prezzemolo che sembrano venire dal passato, da una convivialità lontana forse quella delle sere quando facevamo i compiti in cucina ?
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Le parole si diradano. Non c’è più bisogno di tutte quelle frasi che sgorgano senza posa. Adesso, la cosa migliore sono gli stacchi dolci tra una parola e l’altra. Nessun imbarazzo. Sfogliamo un libro a caso della biblioteca. Una voce dice: «Credo che sia pronto» e rifiuteremo l’aperitivo - proprio così.
Prima di mangiare ci sediamo a chiacchierare intorno alla tavola apparecchiata, i piedi sulla stecca un po’ alta della sedia impagliata.
Invitati a sorpresa, ci sentiamo bene, liberi, leggeri. Con il gatto nero di casa acciambellato sulle ginocchia ci sentiamo adottati.
La vita si ferma - si è lasciata invitare a sorpresa.
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[ da "La prima sorsata di birra" - P.Delerm ]
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giovedì, 02 ottobre 2008

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Si incontrerebbero ad un bar con i tavolini all’aperto, sulla piazza. Sarebbe in prossimità della sera in una stagione sospesa, all’inizio dell’autunno. Nella piazza, il fiato caldo dell’estate mischiato ad un’aria più fredda nella macchia d’ombra che cresce sotto i grandi tigli.
Il tramonto avverrebbe su un lato a loro invisibile.
Solo il colore del cielo e il bagliore delle facciate delle case cambierebbe poco a poco, spegnendosi. I due siederebbero ad un tavolo, sulla pedana di legno leggermente rialzata rispetto al selciato. Nel sedersi una vibrazione li sorprenderebbe. Come a teatro, un lieve e irreale ondeggiare dello sfondo della scena.
Lei avrebbe il viso di una giovane donna appena coperto da una maschera di indifferenza. Al di sotto di quella, palpita un’incertezza, un’indefinibile sofferenza, mentre l’uomo ha nello sguardo qualcosa di chi conosce il gusto lento del tempo da assaporare. Come non vi fosse nient’altro da fare all’inizio della sera o all’inizio di una nuova stagione.
Prima di oggi entrambi hanno scontato una pena ma questo li rende più vivi, coi nervi scattanti, anzichè rassegnati.
Lui fissa la mano di lei abbandonata sul tavolo e s’immagina la sigaretta che potrebbe fumare, se solo fosse una donna che fuma. Lei di lì a poco smette di fissare il fondo della piazza e cerca gli occhi dell’uomo. Lui inspiegabilmente sa quello che sta per accadere e con lentezza alza gli occhi dalle mani di lei fino a quei laghi verde-acqua che lo fissano con insistenza.
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Restano cosi.
C’é come un rabbrividire dell’aria serale. Se fossero in campagna questa sarebbe l’ora in cui gli animali impazziscono fiutando la morte del giorno. I gatti affilerebbero gli artigli sulle cortecce. Da un punto imprecisato salirebbe un sordo crepitare
Invece nella piazza semideserta accade solo lo sguardo. Si fissano senza fine. Sono appesi per gli occhi e si tengono stretti come in preda ad una vertigine. Quasi potessero precipitare da un momento all’altro se interrompessero quella stretta.
Lei all’improvviso sa con precisione che fino ad ora, lui era uno sconosciuto. Non ricorda nemmeno come siano arrivati fin lì, fino a quello sguardo in cui vibra l’intera loro essenza. Perché é chiaro ad entrambi che in quello sguardo stanno perdendo la nozione che sta dietro la parola “sconosciuto”, dietro la parola “estraneità”, dietro la parola “confine”. Vedono quelle parole allontanarsi e rimpicciolire. Evaporare al calore dello sguardo.
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Sono soltanto una donna ed un uomo che si fissano fino in fondo. Fino al fondo del tempo, fino al fondo dell’abisso che sanno di essere. Sono sulla soglia di qualcosa che rende “passato” tutto il tempo che hanno pensato di aver vissuto fino a questa sera. Galleggiano in quello sguardo. Nuotano. Semplicemente trovano posto dentro un attimo che si prolunga, mentre ciascuno riesce a sentire il proprio respiro. Un respiro misteriosamente rilassato. Scoprono che respirano bene e quello sguardo non li affatica perché é uno sguardo di contemplazione, di benevolenza infinita. Come una carezza. Una carezza lentissima che scende su ogni cosa, come cadono certe sere d’autunno sul mondo.
Arriverebbe poi il cameriere. Dovrebbero scegliere un aperitivo. Da lì in poi riprenderebbe la consuetudine delle parole.
Ma nell’oscurità che ormai avvolge la piazza, quello sguardo, quegli occhi negli occhi, avrebbe il sapore di un rifugio, la certezza di avere una casa in cui ritornare rassicurati, sorseggiando il tempo dal bicchiere.
Poi lei parla. Chiede come lui se la immagini. Lui risponde che non l’immagina. Che il guardarla gli piace ed é più forte dell’immaginazione. Dice che non sa che tipo di malattia li accomuni e non sa nemmeno se sia una malattia. Sorride mentre le dice che la guarda come fosse portatrice sana di una malattia molto prossima, quasi sorella alla propria.
Lei vorrebbe staccare gli occhi ma sa che é stata detta una verità. Sa che quella verità é come una pianta che affonda dentro di lei. Questo che lui ha visto, le impedisce di andarsene.
E’ incerta ora. Indecisa se nascondere come al solito la sua antica fragilità sotto l’alibi del buonumore e di qualche arguta battuta o scoprirsi ancora di più. Provare la vertigine di confidare quello che ha sempre pensato dovesse rimanere nascosto fra le sue paure.
Superare la regola che si é sempre imposta davanti ad un uomo. Sfilarsi una maschera per sostituirla con una più sottile e più scaltra.
E’ questo il gioco che non é mai riuscita a spezzare.
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Improvvisamente lo sa con una lucidità che fa male. E in un attimo pensa che questo fa parte del suo essere preda di una malattia e insieme, del suo perenne essere donna-convalescente.
Non ne uscirebbe mai a meno che non lo volesse con tutte le sue forze. Lo vuole. Questa sera lo vuole.
Disperatamente ora sa di volerlo. E sa che sarebbe come risalire dal fondo del mare in cerca d'aria. Un nuovo respiro.
Lui afferra la sua titubanza. La tentazione di tornare dentro i consueti confini o fare un salto nel buio, in un territorio non conosciuto. Distrattamente, dice solo: “Normalmente è la paura che uccide la verità”
Poi, come da fuori, estraniato a se stesso, vede loro due seduti a quel tavolo. Riesce a guardare come se guardasse dalla distanza di anni. Tutti gli anni che sarebbero passati. Guardare dalla distanza che vi sarebbe stata un giorno. Come se quell’istante presente, fosse già ricordare un dialogo del passato.
Ha questa capacità. Vede il presente cristallizzarsi. Sa come potrebbe ricordarsi di questa sera, a distanza di anni. Sorride dentro di sé come scuotendo il capo. Come sorridendo della propria pazzia.
Ma non vuole questo ora. Non vuole essere risucchiato in quel vortice di pensieri che vanifica ogni presente. Torna in sé, mentre la ragazza gli racconta che da piccola s’addormentava soltanto con la luce accesa.
Tornano a fissarsi negli occhi.
Lui resisterebbe alla tentazione di guardarle le labbra.
Resiste.
Resiste finché lei infine tace, mentre gli occhi continuano a sorriderle.
Lui chiederebbe il conto. Si alzerebbero.
Nella piazza deserta, un fruscio di foglie. Una folata di vento a far rabbrividire rami e lampioni.
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I due si incamminano piano verso una nuova stagione.
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martedì, 30 settembre 2008

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Entriamo in cantina. E subito ci colpisce. Le mele sono lì , allineate sui graticci — cassette da frutta capovolte. Non ci pensavamo. Non avevamo nessuna intenzione di lasciarci sommergere da un tale spleen. Ma è inutile. L’odore delle mele è un’onda travolgente. Come avevamo potuto fare a meno per tanto tempo di quest’ infanzia aspra e dolce?
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Devono essere deliziosi i frutti avvizziti, di quel falso prosciugamento dove in ogni grinza sembra essersi insinuato un sapore intenso. Ma non abbiamo voglia di mangiarli. Non vogliamo trasformare in sapore identificabile il potere fluttuante dell’odore.
Dire che hanno un buon profumo, un profumo forte? No, c’è ben altro... Un odore interiore, l’odore di un sé migliore. Lì c’è racchiuso l’autunno della scuola. Con l’inchiostro blu verghiamo sul foglio lettere incerte. La pioggia batte sui vetri, la serata sarà lunga...
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Ma il profumo delle mele non è solo il passato. Si pensa al tempo che fu per via della portata e dell’intensità, di un ricordo di cantina umida, di solaio buio. Ma è da vivere lì, da tenere lì, in piedi. Abbiamo alle spalle l’erba alta e l’umidore del frutteto. Davanti, come un respiro caldo che si sprigiona nell’ombra.
L’odore ha preso tutti i marroni, tutti i rossi, con un po’ di acido verde. L’odore ha distillato la morbidezza della buccia, la sua impercettibile rugosità. Abbiamo le labbra secche, ma sappiamo che questa sete non deve essere placata. Non succederebbe niente a mordere la polpa bianca. Bisognerebbe diventare ottobre, terra battuta, volta di cantina, pioggia, attesa.
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L’odore delle mele è doloroso. È l’odore di una vita più intensa, di una lentezza che non meritiamo più.
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[ da "La prima sorsata di birra" - P.Delerm ]
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Leggere è sempre un mettersi in gioco. E’ immergersi dentro il mondo di un'altra sensibilità, per scorgervi il diverso e l’uguale: ciò che non riconosciamo e ciò che sappiamo con immediatezza che ci appartiene.
Così, viene quasi da piangere nel farsi carezzare da certe parole e da ciò che quelle parole sanno evocare... Come non riconoscersi nel mondo dei profumi? Profumi di fiori e ancora di più, profumi di frutti. Quello delle fragole ad aprile, quello delle ciliegie a maggio, quello delle pesche a luglio, delle mele a settembre, dell’uva ad ottobre.
Ci sono profumi che hanno la potenza di visioni, di film interi, colossali cascate di immagini e ricordi. Attimi di tempo dilatati e sospesi in uno spazio inafferrabile che, a volte, senza preavviso, vengono a trovarci e ci sommergono.
Anche questo fa parte dell’umanità di una persona ed anzi, chi trascura questa particolare dimensione, appare come un essere diminuito, menomato. Perché è questo che capita a chi si affida esclusivamente alla sfera razionale, anziché sviluppare una coscienza sempre nuova e fresca, proprio perché alimentata continuamente dal mondo dei sensi.
E così, leggendo il brano riportato qui sopra, io stesso, all'improvviso, mi sono trovato proiettato su un prato. Un prato seminato un tempo ad erba spagna. Un campo, un pendio rivolto a sud, a fianco della casa, dove risplendeva ogni anno, per tutta l’infinità di anni che dura un'infanzia, un melo autunnale. Durante l’estate vedevo crescere il miracolo di quei frutti dai colori brillanti. Il rosso che trascolorava in un rosa e il rosa in verde tenue.
Era un melo. Soltanto un melo. Ma i suoi pochi e preziosi pomi insaporivano l’aria fredda delle sere d’autunno quando rientrando da un tiepido pomeriggio trascorso con i compagni di scuola depositavo la bicicletta in cantina. Le mele erano lì che splendevano nel silenzio, nel buio e nella dimenticanza. Quasi restituendo in profumo, tutto il sole raccolto nell’estate appena trascorsa.
E’ passato del tempo da allora. Eppure per me dire "melo" oggi, significa ”quel melo”. Perché é quello l’albero magico che si é inciso per sempre nella mia storia.
Un albero che ora non esiste più, sotto la pioggia ed il sole. Perchè adesso è un melo che vive luminoso soltanto nella rarefatta atmosfera della memoria. E da lì, continua a profumare ogni nuovo autunno a cui vado incontro.
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domenica, 28 settembre 2008
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Aiutare
a sgranare i piselli
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E’ quasi sempre in quell’ora vuota della mattina quando il tempo non tende più a niente. Dimenticate le tazze e le briciole della prima colazione, ancora lontani i profumi di cottura del pranzo, la cucina è calma, quasi astratta.
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Sulla tovaglia di plastica, un foglio di giornale, un mucchio di piselli ancora nel guscio, una ciotola. Non arriviamo mai all’inizio dell’operazione. Attraversavamo la cucina per andare in giardino, per vedere se era arrivata la posta...
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«Posso aiutarti?»
Ma certo che possiamo.
Ci possiamo sedere al tavolo e trovare subito per la sgranatura quel ritmo languido, pacificante, che sembra dettato da un metronomo interno. E’ facile sgranare i piselli.
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Una pressione del pollice sulla costola del baccello e quello si apre, docile, offerto. Alcuni, meno maturi, sono più recalcitranti — un’incisione dell’unghia permette allora di lacerare il verde e di sentire l’umidore e la polpa densa, appena sotto la buccia falsamente scabrosa.
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Poi si fanno scivolar giù le palme con un solo dito. L’ultima è davvero minuscola. Talvolta vien voglia di mangiarla. Non è buona, un po’ amara, ma fresca come la cucina alle undici, la cucina dell’acqua fredda, delle verdure mondate — lì, accanto al lavello, alcune carote nude brillano su uno strofinaccio, finendo di asciugare.
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Allora centelliniamo le parole e anche in questo caso la musica sembra che venga da dentro, placida, familiare. Di tanto in tanto alziamo il capo per guardare chi ci sta di fronte, alla fine di una frase; ma chi ci sta di fronte deve tenere il capo chino — è la regola. Parliamo di lavoro, di progetti, di stanchezza — mai di psicologia. Sgranare i piselli non è un’attività concepita per spiegare, ma per seguire il ritmo, in leggero controtempo.
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Basterebbero cinque minuti, ma è piacevole prolungare, rallentare il mattino, baccello dopo baccello, con le maniche rimboccate. Passiamo la mano nelle palme sgranate che riempiono la ciotola. Sono morbide; tutte quelle rotondità contigue formano come un acqua verde chiaro e ci meravigliamo di non ritrovarci con le mani bagnate.
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Un lungo silenzio di benessere limpido e poi: «C’è solo da andare a comprare il pane».
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[da "La prima sorsata di birra" - P.Delerm ]
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giovedì, 25 settembre 2008

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Nei tempi antichi quando il sole tramontava, l’unica fonte di luce per gli uomini, a parte il chiaro di luna e le stelle, era il fuoco. Per centinaia di migliaia di anni, gli esseri umani si sono raccolti attorno ai fuochi guardando le fiamme e le braci, col freddo e l’oscurità alle spalle. Forse fu là che ebbe inizio la meditazione formale.
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Il fuoco era un sollievo, ci forniva calore, luce, protezione. Era pericoloso ma controllabile con le opportune cure. Sedervi accanto procurava riposo al termine di una faticosa giornata. Alla sua calda luce oscillante, raccontavamo storie, parlavamo delle ore appena trascorse oppure sedevamo silenziosi, vedendo il riflesso delle nostre menti nelle fiamme in continuo movimento e luminosi paesaggi di un mondo magico.
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Il fuoco rendeva sopportabile l’oscurità e contribuiva a farci sentire protetti e sicuri. Teneva lontano fra l’altro gli animali che altrimenti ci avrebbero assalito. Era tranquillizzante, riposante, induceva alla meditazione ed era assolutamente indispensabile ai fini della sopravvivenza.
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Questa necessità é oggi scomparsa dalla nostra quotidianità e con essa quasi tutte le occasioni di calarci nella tranquillità. Quando all’esterno la luce si attenua, dobbiamo solo premere un interruttore, illuminando l’ambiente a nostro piacimento, continuando le occupazioni precedenti e impiegando così le ore di veglia supplementare in piena attività. Non esiste più un'ora fissa in cui interrompere il lavoro perché la luce non é più sufficiente … si é dissolto l’originario orologio interno che ogni sera segnalava l’ora di cambiare marcia e di sospendere le attività della giornata. Oggi la nostra mente ha rarissime possibilità di placarsi accanto al fuoco.
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Ora, invece, guardiamo la televisione e ci sottoponiamo ad un costante bombardamento di stimoli, pensieri, suoni e immagini provenienti da menti altrui che per lo più tendono a condizionarci e a instillarci nuovi bisogni. Veniamo così imbottiti di tante informazioni, desideri, eccitazioni e messaggi inutili. La televisione ci lascia sempre meno occasioni per assaporare una nostra tranquillità. Assorbe tempo, spazio e silenzio, come un sonnifero che ci culla in una ottusa passività. “Bubble-gum per gli occhi” fu definita da Steve Allen.
Anche i giornali fanno altrettanto avendo completamente oltrepassato la dimensione della informazione e configurandosi sempre di più come strumenti del potere per orientare e manipolare le opinioni delle persone e indurle al consumo e all’accettazione dei modelli di comportamento consoni con il potere sociale ed economico dominante. In ogni caso anche i giornali finiscono per sottrarci molti momenti preziosi che potremmo vivere con maggiore pienezza.
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Tutto ciò ci allontana da noi stessi, ci distrae e finisce per farci soccombere davanti ai richiami esterni che condizionano le nostre menti.
Invece possiamo sviluppare altre abitudini che ci riportano alle essenziali aspirazioni interiori, al calore, alla tranquillità, alla pace con noi stessi.
Ad esempio, quando si rimane seduti seguendo il ritmo della nostra stessa respirazione é come stare davanti ad un fuoco. Guardare profondamente nel respiro, ha lo stesso valore fondamentale del guardare un fuoco e le braci luminescenti e le fiamme che rispecchiano la mutevolezza della mente.
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Se veramente ci lasciamo andare al momento, così com’é, e non fissiamo obiettivi, possiamo facilmente trovarci nello stato di tranquillità primordiale, al di là del livello dei pensieri. In quello stesso stato di pace che sperimentavano gli uomini sedendo davanti al fuoco.
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[ Jon Kabat-Zinn ]
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mercoledì, 24 settembre 2008
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Dow Jones
Gli effetti della crisi americana si riflettono sull'Italia.
Alla domanda: "Teme che la crisi delle banche americane e il crollo del Dow Jones rappresenti un pericolo per i risparmiatori italiani?", il 2 % degli intervistati risponde "Sì";
Il 42 % risponde che i propri risparmi li ha spesi per pagare i libri scolastici e fare il pieno alla macchina; il 55 % ritiene che Dow Jones sia il nome del protagonista dell'ultimo film con Harrison Ford e l'uno per cento chiede 10 euro in prestito all'intervistatore.
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Otto per mille
In calo l'Otto per mille.
La Chiesa cattolica, in crisi di consensi, perde 35 milioni di euro. Ratzinger esorta i parroci ad impegnarsi di più, mostrando ispirato la croce che porta al collo: "Kuartatela! Kretete forse che i brillanti... krescano su alberi?"
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